Comitato per la pubblicazione delle fonti 
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L’opera del Comitato

Alvise Zorzi

Ateneo Veneto, 1980

    Uno dei grandi successi editoriali di questi ultimi tempi è un romanzo, il cui titolo, nella sua estrema sinteticità, ne definisce assai bene contenuto e significato: «Roots», radici. È la storia di un déraciné, un nero nord-americano d’oggi, che risale all’indietro nel tempo e nello spazio alla ricerca di un’identità atavica strappata con la violenza alle remote profondità della foresta equatoriale. Il protagonista di un altro grande successo editoriale, «Au plaisir de Dieu», di Jean d’Ormesson, è, invece, ben radicato alle proprie origini, ma ciò non gli impedisce di tuffarsi a sua volta nel mondo favoloso per lui e per noi nel quale affonda la matrice lontana della sua identità.
    Il nostro tempo sembra negare crudelmente i valori individuali, annegati nel magma alienante della civiltà di massa; vede origini, tradizioni, radici smarrirsi in un intrico disperato di migrazioni, di deportazioni, di fughe. Eppure la ricerca dell’identità, individuale e collettiva, non è mai stata così urgente: lo dimostrano le collettività che, mentre le distanze geografiche si accorciano favorendo spostamenti e mescolanze, rivendicano sempre più un’individualità, collegata, magari furiosamente, magari istericamente, al mito delle radici. Ed io vorrei salutare il trentennale della fondazione del Comitato per la pubblicazione delle fonti relative alla storia di Venezia con l’augurio che non soltanto gli studiosi, ma tutto il nostro popolo, vaccinato ormai contro i miti genetici, genealogici e giuridici antichi e recenti, ritrovi capillarmente, in tutte le sue categorie, un interesse vivo ed attivo per le sue meravigliose radici. Tanto più meravigliose per noi qui riuniti, perché è meravigliosa la vicenda del Veneto, di Venezia, dei Veneziani attraverso i tempi, e, per una striscia temporale larga molti, moltissimi secoli, può nutrirsi di un tesoro di testimonianze quale ben pochi altri popoli possono vantare.
    Pensiamo alla storia di Venezia, di questa Venezia. Dalla cattedrale di Grado, assieme alla voce del patriarca Elia che la consacrò dopo che il suo predecessore Paolino si era rifugiato tra le lagune portando con sé le reliquie dei santi e dando inizio ad una grande avventura storica ed umana, giungono a noi, remoti e ancora senza volto, i nomi dei primi mercanti, dei primi nocchieri. Ma la basilica di San Marco ci parla in pietra, in bronzo, in marmo, in mosaico, per dieci secoli, di dogi e di manovali, di Crociati e di «tajapiera», di fede e di preda. E se il palazzo ducale è il superbo monumento di cinquecento anni di repubblica patrizia, lo sfarzo delle superstiti «Scuole Grandi» racconta le glorie di una borghesia commerciale e imprenditoriale in gara col patriziato nell’audacia e nell’intraprendenza; e i resti di innumerevoli scuole e scuolette, marangoni e calafài, caleghèri e luganeghèri, peatèri e filacànevi, e le darsene dell’Arsenale, e gli stanzoni dei magazzini al Sal sono altrettante memorie della magnifica plebe veneziana, nerbo e spina dorsale della metropoli e del suo impero. Monumenti di coraggio e di fede, di avvedutezza e di spregiudicatezza, di ostinazione e di duttilità, di superbia e di umiltà, di avidità e di larghezza, chiese, palazzi, fondaci, fortezze, difese marittime, bonifiche, grandi opere idrauliche e grandi cicli pittorici non rappresentano che la punta dell'iceberg della smisurata massa delle fonti della civiltà veneziana, allineate lungo gli scaffali delle biblioteche e degli archivi; e non soltanto dei nostri, perché le testimonianze delle nostre «radici» sono sparpagliate dappertutto in giro per il vasto mondo.
    Libri, codici, testi: le storie vere e proprie, magari redatte dai «pubblici storiografi» scelti dalla Repubblica tra i suoi politici meglio informati, le cronache remote e quelle recenti, le opere dei cronisti eruditi, tra i quali spicca la simpatica figura di Andrea Dandolo, il «contesin», il «conte di virtù», il doge umanista che fu amico del Petrarca. I diari e i diaristi, con in testa ser Marin Sanudo, infaticabile registratore di fatti grandi, grandissimi, minuti e minimi. Le relazioni e i dispacci degli ambasciatori, analisi acutissime, talvolta spietate, delle realtà apparenti e di quelle riposte; i rapporti dei «capi da mar» e quelli dei «rettori» di città, province e colonie, e le indagini svolte sul loro operato dai «sindici inquisitori» periodicamente inviati, per dirla col nostro Sanudo, «a far giustitia e a mantegnirla ritta». E la foresta delle leggi, quanto spesso assai più avanzate delle leggi degli altri stati europei ed anche delle norme tuttora vigenti in quella che ci ostiniamo a chiamare la patria del diritto. Mi basterebbe ricordare la disposizione introdotta nella «promissione ducale» più di settecento anni fa, nel 1275, in base alla quale il doge veniva personalmente impegnato a vigilare affinché tutti i detenuti venissero giudicati entro il termine massimo di un mese dall'arresto; oppure le leggi che, più di cinquecento anni fa, introducevano, prime nel mondo, energiche misure protettive dei minori, maschi e femmine, sul lavoro. Ma preferisco parlare, giacché è questo il nostro argomento, dell'altra massa di documenti rappresentata dai verbali delle assemblee costituzionali, dagli atti notarili, giudiziari e amministrativi, dai documenti delle magistrature militari ed economiche, dai carteggi d’ogni genere.

    Molto di tutto ciò è stato pubblicato già da tempo: ricordiamo le grandi raccolte della Deputazione di Storia Patria (alla quale dobbiamo, tra l’altro, la monumentale edizione dei Diarii del Sanudo), dell’Accademia dei Lincei e di altre benemerite istituzioni italiane, e le raccolte straniere, dai «Monumenta Germaniae Historica» ai «Fontes rerum austriacarum», ai «Calendar papers», e l’opera di tanti egregi studiosi, dal Kehr al Monticolo, dal Sagredo all’Albèri, al Barozzi, al Fulin, al Segarizzi, al compianto Roberto Cessi, che mi fu maestro all’università di Padova ed al quale tanto devono gli studi veneziani in ogni campo. Ma, fra tante iniziative, mancava fino al 1947 una collezione sistematica delle fonti della storia veneziana con particolare riguardo ai documenti più antichi, più rari e di consultazione più difficile.
    In quell'anno, un uomo che ama nascondere la sua creatività, il suo impegno e la sua profonda erudizione sotto una modestia da gran signore schivo e concreto, Luigi Lanfranchi, lanciava l’idea della costituzione di un Comitato che si prendesse la cura e l’impegno della pubblicazione di una raccolta organica del materiale documentario veneziano: un materiale immenso, lo ripeto ancora, e per il quale era mancato fino allora proprio il requisito più essenziale per consentirne un razionale sfruttamento da parte degli studiosi, l’organicità. Accettò la presidenza Luigi Marangoni, il venerando «proto» della basilica marciana, restauratore del Santo Sepolcro di Gerusalemme e di Santa Sofia di Costantinopoli; e chiedo scusa se introduco qui un motivo tutto personale, ricordando come Gigi Marangoni fosse stato il mio padrino di battesimo e di cresima, e come, accanto a lui, partecipasse alla costituzione del Comitato mio padre, Elio Zorzi, intimamente legato per tutta la sua troppo breve esistenza ad ogni aspetto della vita culturale della nostra città. C’era, poi, il dottor Mario Galli, attivissimo nel procurare, nell’ambiente degli industriali veneziani, il finanziamento necessario. Un altro Galli, Carlo, ambasciatore d’Italia e raffinato bibliofilo, futuro successore di Marangoni nella presidenza, ed il mai abbastanza rimpianto Nino Barbantini, promotore di tante valide iniziative, facevano parte del gruppo, al quale si associarono molti altri, tra cui l’amico Carlo Palumbo Fossati, che tutt’ora dà al Comitato la sua opera appassionata, e due autorevoli membri dello staff dell’Archivio di Stato, il direttore Raimondo Morozzo della Rocca e Ugo Tucci.

   Il Comitato crebbe assai presto nel numero dei soci; il Ministero dell’Interno, dal quale dipendevano gli Archivi di Stato, si interessò attivamente all’iniziativa, e così pure il Consiglio Nazionale delle ricerche, che non lesinò contributi; più tardi, la Regione Veneto, costituita nel frattempo, si assunse altri e sostanziosi contributi, coerentemente alla sua funzione di tutrice della cultura regionale. La collezione fu divisa in cinque sezioni, dedicate, rispettivamente, agli archivi pubblici, a quelli ecclesiastici, a quelli notarili, a quelli privati ed ai fondi vari, e un’agguerrita schiera di specialisti intervenne a coordinare ed a realizzare il lavoro. In testa, naturalmente, Luigi Lanfranchi, Bianca Strina, e Maria Francesca Tiepolo, oggi direttore dell’Archivio di Stato; e Giovanni Zambon, Andreina Bondi Sebellico, Nino Pettenello, Paolo Zolli, Paola Ratti Vidulich, Eva Malipiero Ucropina, Ferruccio Zago, Franco Gaeta, Antonino Lombardo, Elena Favaro, Maurizio Rosada, Giorgio Tamba, Sandro de' Colli, Manuela Baroni; e Raimondo Marozzo della Rocca, Mario Chiaudano, Alfredo Stussi, Salvatore Carbone, e l’amico Paolo Selmi, che ogni anno, in questa sala, svolge, come un vero e proprio ministero, il corso di storia veneta dell’Ateneo. Tra le altre personalità italiane che fornirono la loro preziosa collaborazione, i professori Paolo Sambin, l’editore dei «Misti» del Senato, e Carlo Guido Mor, l’illustre storico del diritto, presidente in carica del Comitato. Tra le straniere, Frederic C. Lane dell’Università di Baltimora, Manousso Manoussakas dell’Università di Atene, Freddy Thiriet dell’Università di Strasburgo, Thomas E. Marston ed Oystein Ore dell’Università di Yale, Maria Hereti dell’Archivio di Stato di Atene... Mi fermo qui, perché gli elenchi sono sempre noiosi, anche quando si riferiscono a personaggi simpatici oltre che benemeriti della cultura veneziana. Ma ciò che mi preme sottolineare in modo particolare è la vocazione internazionale del Comitato, il quale, pur rimanendo veneziano, è felicemente diventato cosmopolita, confermando così la caratteristica fondamentale degli studi veneziani, oggi come ieri più che mai in auge non soltanto in Italia, ma, più o meno, in tutto il mondo.
    I risultati? Trenta volumi, ripartiti nelle cinque sezioni. (La più numerosa è quella degli atti notarili, con dieci volumi, seguita a ruota dagli archivi pubblici, che ne annoverano sei). Vorrei far notare, oltre alla razionalità dell’impostazione dei libri, che ne rende la consultazione facile anche per chi ha meno familiarità con le ricerche d’archivio, l’eleganza tipografica, che rende più attraenti i testi, ovviamente non sempre facili, spesso anzi difficilissimi, e la completezza dei contenuti: se la fonte principale dei documenti rimane l’Archivio di Stato di Venezia, inesauribile miniera di inediti, l’integrità della documentazione è garantita dalla presenza di carte disperse in altri archivi, così che ogni volume esaurisce praticamente il materiale relativo, a maggior gloria del compilatore, ma soprattutto a maggior vantaggio ed a maggior sicurezza di chi se ne deve servire. A questo proposito vorrei, anche, lodare l’accuratezza degli indici, pietra di paragone dell’utilità di qualsiasi pubblicazione scientifica; e l’intelligenza della «trovata» con la quale Lanfranchi ha saputo introdurre un altro elemento di completezza, le «notizie di documenti», cioè la ricostruzione di documenti perduti attraverso le indicazioni fornite dai documenti esistenti.
    Ma lasciamo andare queste minuzie da «addetti ai lavori» e diamo uno sguardo ai volumi pubblicati, ovviamente senza la pretesa di citarli tutti. È un fatto che il problema dell'impostazione generale, quale si presentò agli ideatori della collezione, era tutt’altro che semplice: un centro civile come Venezia, che ha funzionato in piena indipendenza (vorrei dire in gelosa, puntigliosa indipendenza: questa, tutto sommato, è la caratteristica costante e principale dello stato veneziano) per almeno otto secoli, pone prima di tutto in evidenza il fattore tempo. E poi c’è l’ubiquità del mondo veneziano: il governo è a Venezia, ma il cuore di Venezia batte un po' dovunque, a Costantinopoli e a Southampton, a Bruges e a Samarcanda, a Candia e a Pechino, a Verona e a Trebisonda, alla Tana e a Delhi. Se gli archivi dei «rettori» veneziani ci informano sui dominii del Levante, quelli dei notai rivelano, nel loro linguaggio casalingo, una latitudine di attività paragonabile appena a quella della City di Londra all’epoca della grandezza vittoriana.
    Così, nella sezione archivi pubblici, il Comitato ha edito, in primo luogo, i più antichi registri del Consiglio dei Dieci, dall’origine dell’« Eccelso », legata, come è noto, alle drammatiche vicende della congiura Tiepolo-Querini («ne l'ano mile tresento e diese - in mezo al mese de le cerese - Bajamonte passò el ponte - cussì fo fato el Consegio de Diese» ) alla sua stabilizzazione come magistratura permanente, cioè dal 1310 al 1335. Ma con i tre volumi dedicati all’archivio del duca a Candia, il governatore generale della grande isola mediterranea che fu veneziana per quasi cinque secoli, dal 1205 al 1669, e con quello dedicato agli atti del podestà di Torcello negli anni 1290-91, ha sottolineato un aspetto tipico del mondo veneziano, il contrasto tra la vocazione imperiale e la modestia casalinga del microcosmo lagunare. Il «Quaternus Consiliorum» di Candia, unico superstite registro delle deliberazioni del Maggior Consiglio e del Senato di Creta (la grossa colonia d’oltremare era stata rigorosamente modellata sulla metropoli: basta dire che il territorio ne era stato suddiviso in sestieri, Castello Cannaregio San Marco San Polo Dorsoduro Santa Croce) nonché del riottoso consiglio dei Feudati, che rappresentava i nobili coloni inviati in più riprese a popolare l’isola, registra fatti gravissimi come i primi assalti dei Turchi alle basi veneziane del Mediterraneo o l’apparizione della terribile «peste nera» che spopolerà l’Europa. Le carte torcellane, invece, parlano, spesso in gustosa forma maccheronico-dialettale, di risse di barcaioli, di giubboni stracciati, di comari baruffanti, di séssole rotte e di remi rubati. Ma sia nella maestà del dominium che sovrasta Creta, sia nella bonarietà della giustizia paesana del podestà di un’isola già prevalentemente abitata da pescatori e ortolani, l’equità ed il rigore della giustizia veneziana si impongono con la pacata fermezza dei leoni andanti di Jacobello del Fiore e di Vettor Carpaccio.
    Anche nei documenti degli archivi ecclesiastici, le due anime di Venezia, quella casalinga e quella avventurosa, si fiancheggiano e si sintonizzano in serena armonia. Qui si trovano i documenti più antichi, ma non è un caso che le due carte più remote non riguardino, come innumerevoli altre, velme e paludi, acque e saline, bensì l’una (il testamento del doge Giustiniano Parteciaco, dell’anno 828-29) il felice arrivo tra le lagune del corpo dell’Evangelista Marco, e l'altra, tratta dall’archivio dell’antichissimo monastero di San Lorenzo, il genere che sarà una delle principali fonti della ricchezza e perciò della grandezza di Venezia: alludo al «saccum piperis» lasciato in eredità dal vescovo Orso nell’anno di grazia 853. Del resto queste pie fondazioni erano talvolta, come la badia dei Ss. Ilario e Benedetto (la Saint-Denis dei Parteciaci e dei Candiani), vere e proprie teste di ponte veneziane in terraferma (ricordiamoci che, quando, con la partitio Romaniae dopo la conquista di Costantinopoli, il doge era diventato «dominatore della quarta parte e mezza di tutto l'impero d'Oriente», i confini dello stato veneziano non arrivavano a Mestre!); gestivano i passi dei fiumi e gli ospizi dei pellegrini, assidui frequentatori del porto realtino dove si imbarcavano per la grande avventura del passaggio in Terrasanta; intervenivano assiduamente con tagliate, bonifiche e diversioni nella difesa del territorio e delle acque contro i fiumi e gli agenti atmosferici; possedevano beni in terre lontane, fino a Costantinopoli, fino in Siria e, in laguna, molte saline (il sale, vero e proprio petrolio del Medio Evo, era un altro dei pilastri angolari della grandezza economico-politica della Repubblica). La loro storia, dunque, investe tutti gli aspetti e tutte le sfumature della variopinta realtà veneziana; e, se è interessante ciò che si riferisce a grandi istituzioni, come San Giorgio Maggiore o San Lorenzo, lo è forse ancora di più quanto riguarda fondazioni distrutte, le più numerose, come sa bene chi ha letto la mia «Venezia scomparsa », o, addirittura, aree territoriali sparite, come è il caso di Ammiana, di cui il Comitato ha edito le carte relative al monastero di San Lorenzo. L’esempio dell'archivio della parrocchia di Santa Maria Formosa (quella dinanzi alla quale sarebbe avvenuto il mitico ratto delle spose veneziane ad opera dei pirati Narentani) sottolinea, d’altra parte, l’interesse offerto da questi fondi specialmente nei confronti della storia delle persone, delle famiglie, delle categorie sociali.
   Di queste, e di ogni altro aspetto della vita parlano con straordinaria eloquenza le carte notarili. La loro abbondanza ha spinto il Comitato a selezionare con cura i vari fondi, scelti ora per l’antichità e pel cattivo stato che ne rende difficile la consultazione diretta, ora per l’ubicazione delle attività (notai operanti a Cipro, a Candia, alla Tana, a Laiazzo, a Trebisonda ) ora per la varietà del campionario dei clienti, com’è di certi notai della nostra Rialto, vera e propria Manhattan del Medio Evo. Sempre più evidenti affiorano in questi documenti la vitalità e la varietà della navigazione, della finanza e del commercio, gli oggetti del quale possono essere derrate come orzo, grano, miglio, formaggio o vino, o merci preziose come la seta, i coralli, l’ambra e l’argento, ma anche merci che suscitano curiosità e repulsione nella nostra coscienza contemporanea, gli schiavi. Di atti riguardanti gli schiavi sono particolarmente ricche, tra altre, le imbreviature del parroco di San Martino di Murano, Moretto Bon, notaio a Trebisonda e alla Tana (Azof) : scorrendole, non possiamo sentirci indifferenti di fronte a vicende dolorosamente umane, come la vendita della schiavetta circassa dodicenne di nome Tatilbi, «sana omnibus membris et a morbo chaduco», avvenuta il 23 luglio 1407, o edificanti, come l’affrancamento, disposto a Tana nella stessa epoca da un tale Tomaxius Zariexa, di tre schiave tartare, per le quali l’affrancatore esige che vadano « liberae inter liberas . . . civesque efficiantur romanae», con lodevole spregio di ogni pregiudizio razziale. Vero è che di una delle tre, originariamente chiamata Emim, ma battezzata come Agnese, messer Tomaxius parla come «mater Catherine filia mea»: caso non unico in queste carte, dove anche l’amore ha lasciato le sue tracce sotto l’impronta del tabellione, spesso in una saporitissima lingua volgare.

    Vita avventurosa, quella del mercante medievale, del quale Marco Polo rappresenta il vertice sublimato da un brillantissimo talento narrativo (ma il missionario Odorico da Pordenone, una quarantina d’anni dopo il ritorno del nostro Marco alla sua casa di corte del Milion, troverà addirittura un centinaio di negozianti veneziani solidamente insediati nella metropoli cinese di Zaytun, lungi da Venezia circa un paio d’anni tra navigazione e cammino a passo di carovana). Vita contrappunta dal rischio: di naufragi, di ritardi che guastano la merce, di crolli dei prezzi, di violenze di potentati, di aggressioni dei pirati, peste permanente del Mediterraneo fin dai tempi di Giulio Cesare e assai prima. All’epopea mercantile ci rimandano due testi delle rimanenti sezioni: il cosiddetto Zibaldone da Canal, ed il manipolo di lettere di mercanti a Pignol Zucchello, scoperte da Luigi Lanfranchi e edite dal più illustre cultore della documentaristica commerciale del Medio Evo, Raimondo Morozzo della Rocca.
Lo «zibaldone» è un manoscritto trecentesco approdato, dopo varie vicissitudini, alla biblioteca dell’università americana di Yale. In questa prima e sinora unica edizione, è l’esempio più significativo di collaborazione internazionale del Comitato. Contiene di tutto un po’: soluzione di problemi aritmetici, un repertorio di pesi e misure, un brano del romanzo di Tristano e un prontuario delle caratteristiche delle diverse varietà di spezie, notizie astronomiche e astrologiche, formule di scongiuri, ricette mediche, proverbi, i dieci comandamenti e persino composizioni poetiche, tra le quali il serventese «Ell dio d’amore», edito, nientemeno, da Gianfranco Contini; il tutto, col corredo di una ricca serie di disegni di navi. È insomma, il documento di un genere che soleva associare alle notizie utili le letture adatte ad ammazzare il tempo nei lunghi momenti morti degli interminabili viaggi marittimi. A parte l’osservazione che, tutto sommato, codeste letture di passatempo sono di tono assai superiore alla letteratura sciatta e scadente che oggi consola gli ozi dei commessi viaggiatori in treno o in aereo, vorrei sottolineare la presenza, tra quelle stesse letture, di una cronaca di Venezia dalle origini al 1257: l’anno in cui l'armata di Jacopo Tiepolo e Andrea Zeno disfece i Genovesi a San Giovanni d’Acri. Il patriottismo veneziano si ritemprava nella lettura delle glorie patrie: «e li signori capetani si vene in Acre cum grande allegreça et adusse li Zenovesi, che fo 2400, in prexion». Queste forme esteriori di orgoglio cittadino, che irritavano tanto i contemporanei, non sono che l’espressione del profondo senso civico che faceva anteporre, anche per i mercanti, il bene pubblico al « particulare », e che darà a Venezia gli almeno ottocent’anni di indipendenza di cui dicevamo prima. Laddove Genova, la rivale, sopraffatta dalla prevalenza del «particulare», diventerà via via viscontea, francese, spagnola e sabauda pur senza mai perdere quota nell’opulenza dei traffici e dei guadagni.
    Ed eccoci alla corrispondenza di Pignol Zucchello, un toscano trapiantato a Venezia, «nobile e savio mercante sotto la stazon dei panni a Rialto». I suoi principali corrispondenti (lui non parla mai, e, se il libro fosse, anziché una raccolta di documenti, l’opera di un romanziere, questo silenzio del protagonista sarebbe una trovata di genio) sono un mercante senese, un fiorentino, un Moretto Grego nipote di Pignolo, e un Nicoletto Gata, veneziano, pellicciaio ad Azof mentre gli altri risiedono a Candia, ma si spostano frequentemente, a Famagosta, a Sitia, ad Alessandria d’Egitto. La lingua saporosissima, il brio della scrittura, i caratteri dei personaggi, compreso questo Pignol che c’è anche se non c’è, e si sente e si vede meglio che se fosse lui a parlare, nonché la singolarità delle vicende, rendono il volume, pubblicato nel 1957, secondo della sezione «archivi privati», un vero e proprio fatto letterario, al di là della quantità di notizie interessanti che fornisce agli studiosi del commercio mediterraneo e del costume medioevale ed anche a coloro che si interessano alla storia dell’informazione e della comunicazione.
Talvolta pare di muoversi in una delle novelle più lunghe del Decamerone: c’è anche un bel tipo di religioso, fra Pacino, dell’ordine dei Predicatori, che s’impiccia in più di un commercio di malvasìa e, quando deve affrontare il viaggio per mare fino a Candia, poco manca non muoia di paura; furbo, evidentemente, al punto da farsi credere illetterato, lui che era capace di esemplare in bellissima calligrafia una lettera di cambio, tanto da far scrivere da ser Francesco Bartolomei a Pignol Zucchello: «Fra Pacino si no credo che sapia légiare, e però io si gli mando una lettara, la quale sarà leghata con questa . . . e quand'egli date, si dite: Francescho scrive al modo toschano e però e’ può essare che voi no’ saprete be’ legiare le sue lettare, e però e’ mi scrive che, se vi piace, io legha . . . » Forse anche troppo furbo, dal momento che scompare, e scompaiono con lui certi ducati affidatigli dal Bartolomei; il quale, avendo sentito dire che il frate si sarebbe comprato un podere in Romagna, commenta che « gli amici suoi si maravigliano forte perché non à scritto cosa nesuna e mostra bene che no’ ci porti quell’amore che mostrava». Ma non spira, da queste lettere, soltanto aria faceta: incalzano l’avventura, il dramma.
    È la pestilenza, l’annum magnae mortalitatis, che manda in rovina il fiorentino Vannino Fecini, lasciandolo solo, guercio e costretto a letto, che uccide Francesco Bartolomei, e Giannino Zucchello, nipote di Pignolo, e Pignolo stesso. Ed è una fosca vicenda che travolge il pellicciaio Nicoletto Gata, già insoddisfatto del troppo lungo soggiorno alla Tana, «terra ch’è prixio cortese» e che a raggiungerla «elo no è miga ‘l viaggio da Riolto a San Marcho».
Sopravvissuto alla guerra che gli ha ucciso un figlio, ed alla peste, Nicoletto scrive disperato a Pignol Zuchello da Caffa, sul Mar Nero, il 12 aprile 1348: il suo corrispondente Bonaver Alban, «lo qual ha del mio grossamente ... e devevamelo vender e investir» lo ha ingannato e defraudato del tutto, ed egli è stato ridotto schiavo per debiti. Oh, se potesse riavere almeno venti summi, circa 110 ducati, che basterebbero a fargli rendere la libertà, «ch’io non morese a modo de chan»! Ma Pignolo, che forse avrebbe potuto salvarlo, non riceverà mai la lettera, né riceverà l’ultimo, angosciato appello, spedito dopo la sua morte: «Pignuol, io ti priego de quanto che mia muier à del mio intro le man s’el fosse solamentre un grosso, tuoilo e mandemelo per le galie ... Dolce ser Pignú, io ve prigo, pse nieguna cosa me avancò ... a vender in Venixia de quel ch’io mandé per le galì, príegove, s’el se devese gitar intro l’ava, fé ch’el sia vendù ogni chosa. Io ho più imparà in tre ani ço ce val el dener, ch’ie n’è fato in l’avanzo de la vita mi’ ...» (1).
    Se mi sono dilungato, e me ne scuso, non è soltanto per il fascino letterario di questa vicenda di danaro e di uomini, in cui anche l’avidità di guadagno, in ultima analisi, è sottesa ad una profonda concezione religiosa della vita che fa concludere a Vannino Fecini, rovinato e malato e mezzo cieco, «Dio laudato per ço che me fa». È anche per sottolineare come non solo questo ma tutti i trenta volumi della raccolta riserbino, a chi li consulta con un po’ di attenzione, le più avvincenti sorprese. Aspettiamo, per il prossimo futuro, nuovi numeri delle varie serie: nel 1982, fra l’altro, a festeggiare il millenario della fondazione dell’abbazia di San Giorgio Maggiore, usciranno i due ultimi dei quattro tomi che la riguardano. Ma da questo esame, sia pure riduttivo e superficiale di quanto è stato realizzato, mi sembra che dovremmo trarre, oltre ad un più che legittimo motivo di profonda soddisfazione, un augurio.
    Prima di tutto, a che cosa serve, tutta questa fatica? A mettere un materiale di difficile consultazione a disposizione di studenti e studiosi che, per tanti motivi, non sarebbero in grado di servirsene altrimenti. Essi aprono perciò nuovi orizzonti ai ricercatori, permettono nuovi approfondimenti, nuovi collegamenti, nuove angolazioni, nuove articolazioni di tanti problemi. Ed anche l’affrontamento di nuovi argomenti, fino ad oggi appena scalfiti, almeno per certe epoche e per certi contesti.
    A quando, per esempio, una storia un po’ più circostanziata delle classi sociali nel medio evo veneziano, al di fuori del patriziato, già studiato abbastanza in profondità? Non è mancato, è vero, chi ha affrontato le grandi linee del problema, ma la quantità di materiale messo a disposizione dal Comitato potrebbe invogliare, e ce lo auguriamo di cuore, gli studiosi ad approfondire la storia di categorie sociali, arti e mestieri, non più soltanto sotto il solo profilo della storia economica, che del resto trova vasto campo di attività nelle nostre pubblicazioni.
    E vorremmo, anche, augurarci un rifiorire, a tutti i livelli, della ricerca alle fonti, di questa meravigliosa «caccia al tesoro» alla quale il metodo e lo scrupolo scientifico non tolgono nulla del suo fascino. Diceva Georges Lenótre, lo storico della Rivoluzione francese, che «dans les archives on trouve tout»: è vero. C’è la storia e la filologia, c’è il diritto e c’è l'economia; c’è, soprattutto, l’uomo. E quale attività può essere più gratificante, fra tante che ne esistono, di questa, che di per se stessa premia il ricercatore col premio intellettualmente più desiderabile, la ricerca della verità?


(1) «Pignol, io ti prego, di ciò che mia moglie ha di mio in mano, fosse soltanto un denaro grosso, prendilo e mandamelo a mezzo delle galee ... Dolce ser Pignolo, io vi prego, se nulla mi è rimasto ... da vendere a Venezia di ciò che io ho mandato per mezzo delle galee, vi prego fate che tutto sia venduto anche se lo si dovesse gettare nell'acqua. Io ho meglio imparato quanto valga il denaro in tre anni che in tutto il resto della mia vita . . . ».

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